Andavamo a scuola a piedi

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Nei primi anni dopo la seconda Guerra Mondiale si andava a scuola a piedi, in città ma soprattutto in campagna.

Siccome non c’era carenza di bambine e bambini, come c’è ora, nelle frazioni più grandi di ciascun comune erano state istituite le pluriclassi elementari. Esse raccoglievano i residenti di una o più vallate vicine, abitate quasi esclusivamente da contadini in proprio, che vivevano dei prodotti della loro terra. Iniziava allora lo sviluppo industriale post bellico, tanto che in ogni famiglia non era difficile trovare almeno un componente che, pur lavorando in una grande fabbrica, facendo anche i turni, nei periodi di riposo si “riposava” lavorando nel proprio terreno.

È facile comprendere che nelle suddette condizioni, per andare a scuola, c’era chi doveva fare solo qualche centinaio di metri e chi doveva sobbarcarsi diversi chilometri attraversando boschi, campi coltivati o torrenti, camminando in precario equilibrio sui grandi sassi sporgenti dall’acqua. Scendere al mattino dal monte alla valle per raggiungere la scuola elementare di Castiglioni, era una bazzecola. Al ritorno, per risalire in quota, ci voleva molto più tempo e si faceva sentire il peso dei libri, l’immancabile ombrello (non c’erano ancora le previsioni del tempo) e d’inverno l’abbigliamento pesante, comprensivo degli scarponi chiodati, alleggeriti nel corso degli anni, con l’entrata in uso di quelli gommati.

Nel primo giorno di scuola la mamma accompagnava la progenie fin davanti alla maestra, dopo aver raccomandato durante tutta la strada il comportamento da tenere in classe e minacciando, nel caso le fosse arrivata qualche lamentela, l’uso della bacchetta sulle gambe nude. Nei giorni successivi da ogni casolare o piccolo agglomerato di case si formavano gruppetti di scolari di ambo i sessi e di età diverse, che però frequentavano le medesime pluriclassi. Le scorciatoie campestri per raggiungere la scuola erano più di una e venivano scelte in base al tempo o al capriccio dei più grandicelli.

Se ad esempio pioveva, si passava dal percorso più lungo (detto dei Calandrelli) che permetteva di poter tenere l’ombrello aperto, perché privo di piante prossime al sentiero. Se invece faceva caldo era preferibile fare il percorso più breve e ombroso ma molto più ripido, salendo nel bosco detto de lu Pojanu e poi, continuando l’ascesa si attraversava una serie di bassi uliveti. Nelle mattinate gelide bisognava evitare il percorso più lungo perché, dovendo attraversare il torrente che scendeva da Valle Fredda, si rischiava di scivolare sul ghiaccio che si formava sopra i sassi sporgenti dall’acqua, come detto pocanzi.

Per colazione i figli dei contadini portavano in genere due fette di pane raffermo (in campagna il pane veniva cotto di regola una volta a settimana) con dentro prosciutto crudo stagionato, o prosciutto di spalla (la cosidetta spalletta), oppure una salsiccia sott’olio spalmata. Dopo la Pasqua, pizza di formaggio e capocollo o le solite due fette di pane col formaggio fresco di pecora o di mucca. Vedere gli altri bambini, figli di operai o di artigiani, che ogni mattina sgranocchiavano un panino o due fette di pane fresco imbottite di profumatissima mortadella, comprati dai genitori da Sepio (Eusebio), gestore dell’unico generi alimentari della zona, faceva venire l’acquolina in bocca. A volte ci si metteva d’accordo sullo scambio colazioni con reciproco vantaggio, poiché una salsiccia sott’olio, spalmata sull’ottimo pane raffermo, non si poteva acquistare in nessun negozio, ma faceva venire ugualmente l’acquolina in bocca!

Quando si passava dalle elementari alle scuole medie, il percorso per Arrone diventava più lungo di qualche chilometro ma meno scosceso. L’edificio scolastico non era molto grande e quindi c’erano i doppi turni: al mattino era occupato dalle elementari e al pomeriggio, dalle 14 alle 18, c’erano le medie. Per tornare a casa ci voleva un’ora buona con l’aiuto di un genitore che si caricava sulle spalle borse piene di libri e vocabolari e con la fioca luce di una torcia per intravedere il percorso.

Dopo le medie si scendeva a Terni col tram per andare alle scuole superiori. Il lunedì mattina, arrivati col tram a fine corsa a piazza Valnerina, si attraversava la vallata fino a Borgo Rivo, passando da Villa Palma, perché dalle 10 alle 12 c’era educazione fisica presso la locale scuola. Ridiscendendo si mangiava un panino presso una famosa trattoria immersa nel verde, poi a scuola tutto il pomeriggio, dedicato ai laboratori.

Ricordare quei tempi e quelle camminate potrà sembrare a un ragazzo di oggi un racconto intriso di fantasia. Non è fantasia, era solo una delle tante realtà dell’epoca.

Vittorio Grechi 

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