Andavamo a letto col prete

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prete

D’inverno faceva freddo, molto più freddo di quanto non faccia adesso e tale sensazione, nei primi decenni dopo la seconda guerra mondiale, era aggravata dal fatto che la maggior parte delle abitazioni non aveva impianti di riscaldamento. L’unica fonte di calore era il camino situato nella stanza più spaziosa, cioè nella cucina. Accanto al camino c’era il fornello, munito di griglia metallica per sostenere le braci che venivano mantenute roventi agitando un ventaglio fatto con penne di tacchino.

Tutti sarebbero stati molto volentieri accanto a queste due fonti di calore ma, dato l’alto numero dei componenti della famiglia media di allora, ciò non era possibile. Al massimo rientrando in casa, uno si poteva avvicinare al fuoco per stiepidirsi le mani infreddolite, facendosi largo tra i vecchi e i bambini piccoli che presidiavano il focolare. Poi c’erano le donne che, preparando la cena, dovevano attizzare il fuoco sotto il caldaio per poter cuocere la pasta e aggiungere ogni tanto un po’ di carboni accesi al fornello per mantenere il sugo in ebollizione.

Comunque, vuoi per le legna che bruciavano, vuoi per il consistente numero di persone, nella cucina si stava benino, fatta eccezione per i piedi e gli stinchi, soggetti agli spifferi freddi che venivano dalla porta, sia quando si apriva, perché entrava qualcuno, sia quando era chiusa, perché le ante non combaciavano bene. Studiare o fare i compiti in questo ambiente, senza finire coi piedi gelati, era possibile solo stando in ginocchio sulla sedia impagliata, onde evitare il braciere sotto il tavolo che spesso faceva venire il mal di testa. Per la confusione non c’era rimedio. Tutti parlavano a voce alta nelle case contadine, abituati com’erano nei campi a gridare ordini agli animali da lavoro.

C’era poi sempre qualche vicino o vicina che, dopo cena, si aggiungeva ai già tanti per scambiare quattro chiacchiere, contribuendo all’aumento della cacofonia. Un momento di quasi silenzio poteva verificarsi se qualcuno si arrotolava una sigaretta. Dopo averla accesa e fatte un paio di tirate la passava al vicino e così via finché era possibile tenere il mozzicone fra le dita. Il problema del freddo tornava prepotente al momento di andare a letto. Le camere erano così fredde che al mattino poteva capitare di trovare croste di ghiaccio sull’acqua del lavabo. Solo al pensiero di doversi spogliare in un baleno per infilarsi tra le lenzuola gelate, sovrastate da coperte e imbottita, poteva anche bloccarsi la digestione.

Se però era stato messo il prete nel letto, la prospettiva diventava quasi rosea. Il prete non era altro che il nome malizioso di una incastellatura porta-braciere in legno, usata per riscaldare il letto. Al mattino, quando la donna rifaceva la camera, infilava tra le lenzuola questo marchingegno, sicché sembrava, a letto rifatto, che qualcuno molto grosso fosse ancora a dormire. Appena cenato la moglie infilava diligentemente nel prete un recipiente metallico con le ultime braci del camino, scegliendo quelle che non facevano più fumo.

Infilarsi nel letto dopo aver estratto il prete con molta circospezione per evitare incendi, era un grande piacere goduto dalle generazioni del dopo guerra. Ora quasi tutti stiamo al calduccio d’inverno senza farci troppo caso e i grandi piaceri si vanno a cercare nelle polverine o nell’alcol.

Vittorio Grechi

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